Archivi tag: Terezín

Grazie!

Ieri il Teatro Vittoria ha ospitato l’ultima replica di “Terezín, Artisti tra le ceneri”, ma siamo certi che il messaggio portato in scena non si concluderà con il sipario chiuso.
Terezín è d’ispirazione, allora come adesso. Insegna la speranza e la necessità di credere fino in fondo nelle proprie passioni. Noi l’abbiamo imparato e siamo sicuri sia stato lo stesso per voi, perché la vostra partecipazione è stata tanta e ne abbiamo avuto prova ogni giorno.

I primi ringraziamenti vanno proprio a voi, che avete condiviso con il cuore e non solo con i click.
A chi ha assistito allo spettacolo e a chi avrebbe voluto ma non ha avuto modo; a chi si è messo in gioco, ha trovato spunti di riflessione e non si è fermato alla superficie; a chi ha creduto in questo progetto, perché ne ha capito l’importanza. È la vostra fiducia che ha aiutato a realizzare tutto questo.

E GRAZIE allo staff (una sola parola per racchiudere una miriade di persone, professionalità e ruoli) che ha nutrito lo spirito di un progetto rimasto fedele sia nella forma sia nella sostanza, perché l’Arte è tutto – sogno e concretezza, celebrazione e quotidianità, memoria e futuro – ma ha anche bisogno di coloro che sanno mantenerla in vita.

Ph. Claudio Rossetti

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Aperte le prenotazioni per lo spettacolo “Terezín, Artisti tra le ceneri”

Abbiamo il piacere di invitarvi

Il 26 e 27 Gennaio 2015 ore 21.00

presso il TEATRO VITTORIA

Piazza di Santa Maria Liberatrice 10 (Testaccio) – Roma

per lo spettacolo

TEREZÍN
Artisti tra le ceneri

di Matteo Ciocci, Alessio Moneta, Valentina Rizzi, Alessandra Verdura liberamente tratto dal testo originale degli allievi del Corso di Drammaturgia teatrale di Lazio InScena, da un’idea di Annalisa Pavoni e Guido Barbieri

Regia di Francesco Brandi

con il patrocinio del Conservatorio di Musica “Santa Cecilia”

Per prenotare il vostro biglietto cliccate qui

La locandina dello spettacolo

La locandina dello spettacolo

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A LEZIONE DI PROPAGANDA

Un controllo totale sull’informazione e la cultura

Manifesto antisemita tedesco in lingua polacca con la scritta “Ebrei–pidocchi–tifo petecchiale” 1941

La propaganda, condotta con tecniche nuove su vasta scala, adatta alle caratteristiche della società moderna, fu l’arma vincente della dittatura nazista.

Fu uno strumento fondamentale sia per conquistare i cittadini tedeschi che non sostennero immediatamente Hitler, sia per imporre il programma radicale nazista a larghi settori della popolazione.  Unito all’uso del terrore come mezzo di intimidazione di coloro che rifiutavano di obbedire, l’ apparato propagandistico statale, guidato da Joseph Goebbels, venne utilizzato per manipolare e ingannare la popolazione tedesca e il mondo esterno.

Durante la guerra, gli autori della propaganda cercarono di giustificare l’uso della forza militare, dipingendola come moralmente necessaria e sostenibile. Agire diversamente avrebbe messo in pericolo il morale dell’opinione pubblica e la sua fede nel governo e nelle forze armate. Per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale, i responsabili nazisti della propaganda fecero passare le aggressioni militari come atti necessari e giusti di autodifesa. Prima dell’attacco contro la Polonia, il primo settembre 1939, il regime nazista lanciò una campagna mediatica particolarmente aggressiva per costruire il consenso dell’opinione pubblica ad una guerra che pochi desideravano. Per presentare l’invasione come un atto moralmente giustificato il regime nazista mise in scena un falso incidente, progettato per far apparire la Polonia come l’aggressore contro la Germania.

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Poster “Der ist Schuld am Kriege” – Siete i colpevoli della guerra -1943

Il giorno seguente, Hitler annunciò al mondo la sua decisione di inviare truppe in Polonia. L’ufficio Stampa del Partito Nazista del Reich diede istruzioni ai giornali affinché evitassero di usare il termine guerra; dovevano invece scrivere come le truppe tedesche avessero semplicemente respinto l’attacco polacco, anche questa una manovra studiata per far credere che la Germania fosse la vera vittima dell’aggressione.

Inoltre i leader nazisti cercarono di ingannare non solo la popolazione tedesca, ma anche il mondo esterno sulla realtà del genocidio nei confronti degli Ebrei. Un tema ricorrente della propaganda antisemita creata dai Nazisti fu che gli Ebrei seminavano malattie. Per scoraggiare i non-Ebrei dall’entrare nei ghetti e vedere le reali  condizioni di vita le autorità tedesche misero all’entrata cartelli che avvertivano che il ghetto era in quarantena. In seguito, la propaganda nazista utilizzò queste epidemie, di fatto causate dall’uomo, per giustificare l’isolamento degli Ebrei. Uno degli sforzi più famosi da parte dei Nazisti per ingannare sulle loro reali attività, fu l’istituzione, nel novembre del 1941, di un ghetto-modello a Terezín, che venne pubblicizzato come residenza comune dove gli Ebrei eletti potevano ritirarsi per vivere in pace e sicurezza.  Nel dicembre del 1943, funzionari delle SS dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich decisero di realizzare un film sul ghetto di Terezín. La maggior parte delle sequenze mostra i prigionieri del ghetto mentre si recano a concerti, giocano a calcio, lavorano nei giardini delle proprie case e si rilassano sia dentro che all’esterno degli edifici. Così come accadde in diverse altre occasioni in cui il regime nazista cercò di ingannare l’opinione pubblica tedesca e internazionale, anche in questo caso esso si avvantaggiò della scarsa voglia della maggior parte dei cittadini di comprendere appieno le reali dimensioni di quei crimini.

Carolina L.

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PER IMMAGINI E PER PAROLE: l’inganno

Il 23 giugno del 1944 a Terezín arriva la Commissione della Croce Rossa Internazione (CICR) presieduta dal delegato Maurice Rossel, un ragazzo di soli 25 anni chiamato a valutare le condizioni del ghetto.

Le pressioni del Governo Danese, che chiedeva notizie riguardo gli ebrei catturati a Copenhagen, e la crescente consapevolezza da parte delle Nazioni Unite e del CICR riguardo l’esistenza dei campi di concentramento, non potevano più essere ignorate da Adolf Eichmann che accorda la visita.

Per tale occasione il campo viene svuotato e ripulito: 7500 prigionieri vengono deportati a Birkenau per abbattere il sovraffollamento, i recinti di filo spinato rimossi, le facciate degli edifici ripulite e le strade battezzate.

La delegazione viene guidata dal comandante del campo Karl Rahm e dal capo del Consiglio Ebraico Paul Eppstein. La delegazione guarda ovunque, apre ogni porta, soddisfa ogni curiosità sotto l’occhio vigile delle SS.

Gli illustri ospiti godono dell’eccelsa arte degli “abitanti” di Terezín: assitono alle prove del Requiem, guidate da Rafael Schächter, alla rappresentazione del Brundibár di Hans Kráša e all’esibizione dei Ghetto Swingers.

La visita fu un successo, le parole di Rossel furono “Possiamo dire che abbiamo provato uno stupore immenso per il fatto di aver trovato nel ghetto una città che vive una vita quasi normale” e definisce Terezín luogo “agréable et satisfaisant”.

L’abbattimento dei letti

Durante la Verschönerung der Stadt (“abbellimento della città”) in vista dell’arrivo della Croce Rossa Internazionale, venne smantellato il terzo piano dei letti a castello dei dormitori, per celare il sovraffollamento.

Penna e inchiostro a china

Penna e inchiostro a china

L’arrivo della Commissione della Croce Rossa Internazionale

Per ingannare la Commissione Terezín fu trasformato: come un teatro spoglio venne vestito con una scenografia.

Penna, inchiostro e acquerelli

Penna, inchiostro e acquerelli

Calcio

I cortili delle baracche si trasformarono in finti campi di calcio per finte partite.

Penna, inchiostro e acquerelli

Penna, inchiostro e acquerelli

Marzia D.S. e Chiara F.

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LA SATIRA DI HITLER: DER KAISER VON ATLANTIS

La favola dell’opera di Viktor Ullmann e Peter Kein

Locandina Der Kaiser Von Atlantis

Mi chiamo Der Kaiser Von Atlantis, sono un’opera lirica e sono nata a Terezìn nel 1943. I miei genitori erano il musicista Viktor Ullmann e il librettista Peter Kien. La mia storia è triste ma è anche una storia di resistenza artistica.

Purtroppo non sono mai stata rappresentata all’interno del ghetto. Volete sapere perché? Censura! Le SS avevano capito che il mio personaggio principale era la satira di un sovrano totalitarista, mentre tutti gli altri lo negavano per non rischiare la vita. Era la pura verità: io rappresentavo l’arma contro la privazione della libertà, contro la violazione di tutti i diritti umani.

Io ero il grido di rabbia e di gioia. Sono sopravvissuta per ricordare gli artisti di Terezin e per dimostrare che l’arte può andare oltre la morte e far rivivere i suoi autori per sempre.

Prima del trasferimento ad Auschwitz, fui affidata da Ullmann al suo amico e compagno di cella Emil Utitz che, scampato alla prigionia, mi consegnò, a sua volta, ad un altro sopravvissuto, Hans Günther Adler. Per decenni mi diedero per dispersa, ma fui ritrovata nel 1972 dal direttore d’orchestra Kerry Woodward. Il 16 dicembre 1975, il Bellevue Centre di Amsterdam mi presentò in anteprima mondiale: Der Kaiser von Atlantis, con Woodward alla direzione.

Da quel momento in poi, fu rappresentata in tutto il mondo come, in Italia, nell’opera La memoria dell’offesa di Roberto Andò.

Giuliano C.

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TEREZÍN DOPO IL 1945

Museo a cielo aperto

 

Ingresso all’ex fortezza di Terezín

Ingresso all’ex fortezza di Terezín

Per la città di Terezín il ritorno alla libertà fu un processo lungo e graduale, come per ogni superstite della furia nazista.
Dopo la liberazione avvenuta il 7 maggio 1945 per opera dei soldati del primo fronte ucraino, Terezín dovette mantenere ancora il ruolo di ghetto, poiché qui rimase in quarantena chi riuscì a sopravvivere a quella che i nazisti chiamarono Endlösung der Judenfrage (Soluzione Finale della Questione Ebraica), lottando ancora una volta con la morte a causa di un’epidemia di tifo.
Il 29 febbraio 1948 il campo fu definitivamente chiuso.
Scomparso il ghetto, Terezín riacquistò la sua tranquillità originaria, pur continuando a ospitare per molti anni un presidio militare. La realtà urbana e quella militare si intersecarono a tal punto che, quando i militari lasciarono la città nel 1996, l’economia locale subì forti ripercussioni.

Nel 1991 aprì il Památník Terezín, museo del ghetto con un vasto cimitero in memoria delle vittime.
Le collezioni del museo si formarono principalmente con beni ottenuti come donazioni o acquistati da ex prigionieri (o loro parenti) e, in misura minore, da documentazioni trasferite da altre istituzioni.
Molti disegni e scritti vennero nascosti sotto terra dai prigionieri all’interno di valigie e furono ritrovati dopo la liberazione con l’aiuto degli stessi sopravvissuti. I più noti, come i disegni di Helga Weissova e quelli di Bedrich Fritta, sono rispettivamente conservati nel Museo Ebraico di Praga  e nel Museo Ebraico di Berlino.

Nel 2002, la fortezza, che era in una condizione deteriorata, fu quotata nella lista del 2002 World Monuments Watch del World Monuments Fund.
In quell’anno la città venne colpita da forti inondazioni durante le quali il forno crematorio (costruito dai nazisti per eliminare i corpi dei periti per malattia e stenti) rimase danneggiato.
La World Monuments Fund, da allora, sta sviluppando un piano di conservazione a lungo termine in collaborazione con le autorità nazionali. Il progetto è stato concepito per attuare ulteriori riparazioni, incrementare la documentazione attraverso la ricerca e offrire percorsi formativi.

Attualmente Terezín è un museo a cielo aperto che attira turisti, generando introiti fondamentali per la propria economia.
Oggi le strade di Terezín sono silenziose, non solo per la tranquillità riacquistata ma anche e soprattutto per profondo rispetto.

Federica C.

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ALICE HERZ-SOMMER

Invito alla speranza

Alice Herz-Sommer immagine 18 dic. part1Un’insegnante severa, ma giusta. Un sorriso dolce che le illumina il volto e incoraggia la voglia di continuare a studiare, insistere, sognare. Una donna che nei ricordi di una sua allieva: “se aveva un orologio, era invisibile perché la mia lezione durava il tempo necessario” e sorride dicendo “metto a frutto i miei studi musicali in ogni cosa che faccio nella vita quotidiana”. La Sommer dona, dunque, uno stile di vita. Un inno alla vita. Tutto questo lei ha continuato a regalarlo anche a Gerusalemme, dopo essere sopravvissuta alla Shoah e aver insegnato senza mai fare riferimento agli anni a Terezín. “Non volevo essere compatita da nessuno” ricorda Alice “fin dal primo giorno in Accademia ho taciuto sul mio passato. Non volevo privilegi speciali solo perché ero una rifugiata”. Qualcosa da non dire, ma impossibile da dimenticare per quella donna che molti anni dopo, dividendo un pranzo che non avrebbe soddisfatto nemmeno lo stomaco di un inappetente, esclama “meraviglioso!” alludendo  alla bellezza di una libera condivisione alla quale non ci si abitua facilmente.

Alice Herz-Sommer immagine 18 dic. part2La sua personalità si staglia imponente nei ricordi di un’ altra studentessa che conserva gelosa ogni suo appunto come fosse un manuale contenente il segreto del vivere, di quel vivere che ti fa accettare le sfide. Alice Herz-Sommer non si è mai tirata indietro, nemmeno quando l’artrite l’ ha costretta, in vecchiaia, a reimparare a suonare con solo quattro dita per mano uno dei suoi compositori del cuore: Bach. Paradossale: proprio lui che aveva cominciato a suonare anche con i pollici. Non abbiamo testimonianze degli alunni della classe di musica nel ghetto, ma proviamo ad immaginarla la nostra insegnante. Le lezioni a Terezín, dove tutto sembrava possibile e impossibile, non possono essere dimenticate. Qui aveva dovuto trovare gli strumenti, riscrivere gli spartiti andati perduti e attraverso la musica aiutare a vivere. Qui aveva dovuto ricercare un modo efficace per farsi comprendere da allievi di livelli e paesi diversi che condividevano la prigionia, ma non una lingua comune. Qui è riuscita a vestire di musica e conforto lo squallore del ghetto.

Francesca D.

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TEREZÍN, “IL GHETTO DEGLI INNOCENTI”

  Poesie e Preghiere

immagine poesia e preghiere

Sono passati a Terezín in 15.000. Alla fine della guerra erano vivi meno di cento bambini. Meno di 100!

Quando tutto viene negato, quando perdi la libertà improvvisamente, quando ti sradicano dagli affetti con violenza, quando devi crescere troppo in fretta, quando non vedi più i colori, quando vivi la tragedia senza poterne scappare rimane solo la parola, silenziosa e struggente.
E migliaia sono state le parole, sussurrate in preghiera, bisbigliate sotto voce, ammassate tra le baracche o confluite nelle numerose poesie dei giovani convogliati a Terezín tra il ’41 e il ’44 in quello che la storia avrebbe poi definito “il ghetto degli innocenti”, per l’elevatissimo numero di fanciulli che sono passati nel campo.

Le preghiere dei bambini erano rivolte a un Dio che sembrava averli dimenticati, ma a cui non riuscivano a rinunciare.

Con te Signore, riusciamo ancora a parlare, anche al futuro. Con te siamo ancora ragazzi liberi, ragazzi ebrei, ragazzi e basta.

Signore, solo tu puoi fare regali. Noi abbiamo ricevuto solo violenza. Gli scorpioni li abbiamo visti da vicino.

Oltre le preghiere, le innumerevoli poesie scritte in quegli anni di terrore, e poi ritrovate, appaiono come la testimonianza di fragili richiami alla vita, la cui leggerezza assume oggi il peso di un macigno.

Nostalgia della casa

È più di un anno che vivo al ghetto,
nella nera città di Terezín,
e quando penso alla mia casa
so bene di che si tratta.
O mia piccola casa, mia casetta,
perché m’hanno strappato da te,
perché m’hanno portato nella desolazione,
nell’abisso di un nulla senza ritorno?
Oh, come vorrei tornare
a casa mia, fiore di primavera!
Quando vivevo tra le sue mura
io non sapevo quanto l’amavo!
Ora ricordo quei tempi d’oro:
presto ritornerò, ecco, già corro.
Per le strade girano i reclusi
e in ogni volto che incontri
tu vedi che cos’è questo ghetto,
la paura e la miseria.
Squallore e fame, queste è la vita
che noi viviamo quaggiù,
ma nessuno si deve avvedere:
la terra gira e i tempi cambieranno.
Che arrivi dunque quel giorno
in cui ci rivedremo, mia piccola casa!
Ma intanto prezioso mi sei
perché mi posso sognare di te.

(1943, Anonimo)

La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,
Così ricca, smagliante, splendidamente gialla.
Se le lacrime del sole potessero cantare contro una pietra bianca…
Quella, quella gialla. E’ portata lievemente in alto.
Se ne è andata, ne sono certo, perché voleva dare un bacio d’addio al mondo.
Per sette settimane ho vissuto qui,
Rinchiuso dentro questo ghetto
Ma qui ho trovato la mia gente.
Mi chiamano le margherite
E le candele che splendono sull’abete bianco nel cortile.
Solo che io non ho visto mai un’altra farfalla.
Quella farfalla era l’ultima.
Le farfalle non vivono qui, nel ghetto.
(Pavel Friedmann, da Vedem, 4.6.1942)

Elisa P.

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HANS KRÁŠA

La vita nel ghetto come ricomposizione di un’opera

Hans Kráša

Hans Kráša

Hans Kráša ha svolto un ruolo attivo nella florida vita musicale di Praga tra le due guerre.

Nato a Praga nel 1899, Kráša proveniva da una famiglia borghese che ha incoraggiato, fin dalla giovane età, il suo amore per la musica. Figlio di padre ceco e madre ebrea tedesca, ha studiato pianoforte, violino e composizione presso l’Accademia di Musica Tedesca a Praga sotto la guida del compositore e direttore d’orchestra Alexander Von Zemlinsky. Grande peso nella sua formazione, e fonte di ispirazione per le sue prime opere, hanno avuto figure di rilievo quali quelle di Mahler e Schoenberg.

Tra i suoi lavori più importanti, assieme all’opera musicale per bambini Brundibár, possiamo annoverare l’opera Verlobung im Traum (Fidanzamento in sogno), tratta da Il sogno dello zio di Dostoevskij e composta tra il 1928 e il 1930.

Nell’inverno del 1942 si svolse la prima di Brundibár nell’orfanotrofio ebraico di Praga: a quel tempo però Kráša era stato già deportato a Terezín.

Nel luglio del 1943 quasi tutti i bambini del coro originale e il personale dell’orfanotrofio vennero deportati a Terezín, dove riuscirono a riunirsi a Kráša, che ricostruì l’intera partitura dell’opera basandosi sulla propria memoria, e su una parte dello spartito del pianoforte che ancora possedeva.

Nel periodo di internamento nel ghetto, nella sua fase più produttiva, compose alcune opere da camera, molte delle quali andarono perdute.

La morte, assieme agli altri compositori Ullmann, Haas e Klein, avviene ad Auschwitz il 17 ottobre 1944. Non aveva ancora 45 anni.

Chiara C.

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LE RAGAZZE DELLA “STANZA 28”

Fra i prigionieri del ghetto di Terezín ci furono all’incirca 15.000 bambini che soffrirono le misere condizioni igieniche, abitative e la fame cui erano costretti a vivere anche gli adulti. Oltre al distacco dalle famiglie, l’infanzia violata fu per loro uno dei dolori più grandi da dover affrontare.

Riproduzione dell'alloggio  delle ragazze della "stanza 28"

Riproduzione dell’alloggio delle ragazze della “stanza 28”

Lo Judenrät, il consiglio ebraico di Terezín, istituì delle “case” per bambini, offrendo loro l’opportunità di impiegare il tempo in attività educative clandestine con vere e proprie lezioni e iniziative culturali tenute da artisti come Friedl Dicker Brandeis e Gideon Klein.

Fra le bambine del ghetto, c’erano quelle della “stanza 28”: oltre 30 ragazze, dagli 8 ai 16 anni, che vivevano in una camera di appena 30 mq. Durante le lezioni le giovani si alternavano fuori dall’alloggio controllando che non arrivassero le SS, in quanto  l’educazione era a loro vietata e la violazione di tale regola sarebbe stata punita pesantemente.

Tra queste solo quindici sopravvissero, e alcune di loro hanno voluto ricordare questa dura esperienza lasciando la propria testimonianza in un’intervista intitolata 5 survivors from room 28 in Ghetto Terezín” (prodotta e diretta da Eliana Schejter e Addie Reiss), dove descrivono dettagliatamente il luogo che le ospitò in quegli anni difficili.

Il piccolo ripostiglio, con pavimento in legno e doppia porta, era composto da file di letti a castello a tre piani. Le ragazze dormivano su materassi di paglia, scomodi e poco igienici, pieni d’insetti e cimici che le infastidivano e non permettevano loro di dormire la notte.

I momenti che le ragazze vivevano con più serenità, erano quelli durante le varie attività artistiche, come le lezioni di disegno, musica e recitazione. Alcune ragazze della “stanza 28” furono scelte per partecipare alle prove del Brundibár, che iniziarono nel Luglio 1943, insieme ad altri ragazzi del ghetto.

Con il Brundibár la vita di molti bambini cambiò, fornendo ai piccoli uno spazio di gioia e distrazione dagli eventi drammatici quotidiani.

Mariaroberta C. e Roberta P.

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