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Grazie!

Ieri il Teatro Vittoria ha ospitato l’ultima replica di “Terezín, Artisti tra le ceneri”, ma siamo certi che il messaggio portato in scena non si concluderà con il sipario chiuso.
Terezín è d’ispirazione, allora come adesso. Insegna la speranza e la necessità di credere fino in fondo nelle proprie passioni. Noi l’abbiamo imparato e siamo sicuri sia stato lo stesso per voi, perché la vostra partecipazione è stata tanta e ne abbiamo avuto prova ogni giorno.

I primi ringraziamenti vanno proprio a voi, che avete condiviso con il cuore e non solo con i click.
A chi ha assistito allo spettacolo e a chi avrebbe voluto ma non ha avuto modo; a chi si è messo in gioco, ha trovato spunti di riflessione e non si è fermato alla superficie; a chi ha creduto in questo progetto, perché ne ha capito l’importanza. È la vostra fiducia che ha aiutato a realizzare tutto questo.

E GRAZIE allo staff (una sola parola per racchiudere una miriade di persone, professionalità e ruoli) che ha nutrito lo spirito di un progetto rimasto fedele sia nella forma sia nella sostanza, perché l’Arte è tutto – sogno e concretezza, celebrazione e quotidianità, memoria e futuro – ma ha anche bisogno di coloro che sanno mantenerla in vita.

Ph. Claudio Rossetti

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Aperte le prenotazioni per lo spettacolo “Terezín, Artisti tra le ceneri”

Abbiamo il piacere di invitarvi

Il 26 e 27 Gennaio 2015 ore 21.00

presso il TEATRO VITTORIA

Piazza di Santa Maria Liberatrice 10 (Testaccio) – Roma

per lo spettacolo

TEREZÍN
Artisti tra le ceneri

di Matteo Ciocci, Alessio Moneta, Valentina Rizzi, Alessandra Verdura liberamente tratto dal testo originale degli allievi del Corso di Drammaturgia teatrale di Lazio InScena, da un’idea di Annalisa Pavoni e Guido Barbieri

Regia di Francesco Brandi

con il patrocinio del Conservatorio di Musica “Santa Cecilia”

Per prenotare il vostro biglietto cliccate qui

La locandina dello spettacolo

La locandina dello spettacolo

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BRUNDIBÁR

La favola che ha sconfitto il male

Brundibar-the-singing-fish

La favola musicale Brundibár, opera scritta nel 1938 da Hans Kráša su libretto del tedesco Hoffmeister, potrebbe apparire a prima vista come una delle tante storie che i nonni raccontano ai lori nipotini prima di andare a dormire, ma così non è!

La trama, molto elementare nello svolgimento, narra la storia di due bambini orfani di padre che, pur di aiutare la loro mamma, combattono grazie alla loro musica contro Brundibár, il malvagio suonatore di organetto.
Narrativamente ricca di metafore positive e leggere, abitata da simpatici animali colorati, la vicenda della storia si tinge però di caratteri tragici e cupi.

Nata a Praga, la storiella non riesce a trovare il suo posto in un mondo libero e viene subito rinchiusa insieme al suo autore a TerezínI personaggi della storia assumono da quel momento un ruolo preciso: Brundibár non può che essere identificato con Hitler e la musica come l’unico strumento invisibile ma potente per vincere il male.

Nella fiaba tutto assume toni allegorici; queste radici sono rintracciabili nel profondo e vero male vissuto dai bambini dentro il ghetto, il cui unico spazio libero diventa il palco del teatro. Il male dentro Terezín era evidente e esplicito così come era irrinunciabile combatterlo e sfuggirlo. L’unica possibilità rimaneva sublimarlo nell’arte.

La musica e il teatro diventano lo strumento dei più deboli per sfuggire all’orrore della realtà, un luogo magico in cui almeno 55 volte il bene riesce a sconfiggere il male più estremo. La fiaba è finzione in cui rifugiarsi, uno spazietto in cui nascondersi, microcosmo in cui sperare, mondo fantastico abitato da desideri reali di libertà e giustizia.

Elisa P.

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VIKTOR ULLMANN

L’artista-titano contro l’Anticristo nazista

“Devo sottolineare che Theresienstadt è servita a stimolare, non ad impedire, le mie attività musicali.”

La reclusione a Terezin non bastò a fermare l’estro creativo di Viktor Ullmann: il musicista ceco, quasi come un alchimista, riuscì a sublimare l’orrore della morte imminente e a trarne linfa creativa. Seppe trovare Bellezza nei luoghi che più sembravano esserne privi, rese l’Arte la più autentica forma di resistenza.

Ebreo di famiglia, il piccolo Ullmann è allievo dell’illustre compositore Arnold Schönberg; presto i suoi genitori si convertono al cattolicesimo per permettere al padre di entrare nell’esercito austriaco. Fortemente influenzato dalla cultura tedesca e cristiana, Viktor Ullmann cresce e vive tra Praga, Vienna, Stoccarda e Zurigo. Nel bel mezzo di una crisi spirituale e creativa si avvicina alla Società Antroposofica di Rudolf Steiner. Appassionato a questo percorso spirituale e filosofico, non lo abbandonerà col passare degli anni.
Ispirandosi a Der Sturz des Antichrist (La caduta dell’Anticristo) dell’autore Albert Steffen, l’artista scrive l’omonima opera musicale, ideata dopo l’ascesa del nazionalsocialismo, che rappresenta la lotta del Bene contro il Male e raffigura un artista titano, unica figura in grado di combattere il Male e l’Anticristo. È quasi prefigurazione della resistenza artistica a Terezin e di ciò che Ullmann stesso si ritroverà ad operare nel campo di concentramento, dove sarà ostinato operatore di cultura di fronte alla repressione dilagante. L’opera non fu mai rappresentata perché implicitamente sovversiva.

Dal 1942 si apre una delle pagine più buie ma paradossalmente più produttive della vita dell’artista: è il periodo della deportazione a Terezin. Ullmann è docente e critico musicale, organizza concerti e rappresentazioni teatrali, raggiungendo picchi di fecondità artistica senza precedenti, ma soprattutto compone le sue opere più famose: l’opera in atto unico Der Kaiser Von Atlantis del 1943 e Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke (Il canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke), tratto dall’omonimo poema di Rilke. È con il lavoro a Der Kaiser Von Atlantis che Ullmann inizia una fruttuosa collaborazione con Peter Kien che sarà librettista dell’opera.

All’apice della sua carriera, in corsa da un concerto all’altro, il vorticoso Ullmann non immaginava che la sua fantasiosa genialità sarebbe stata stroncata di colpo. Ignorava che con l’estroso compagno Peter Kien avrebbe condiviso anche l’odore fatale delle camere a gas e il silenzio della morte.

Era il 16 ottobre 1944 quando per Viktor Ullmann sopraggiunse il trasferimento ad Auschwitz che avrebbe segnato la sua fine.

Leyla K.Chiara C.

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