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Grazie!

Ieri il Teatro Vittoria ha ospitato l’ultima replica di “Terezín, Artisti tra le ceneri”, ma siamo certi che il messaggio portato in scena non si concluderà con il sipario chiuso.
Terezín è d’ispirazione, allora come adesso. Insegna la speranza e la necessità di credere fino in fondo nelle proprie passioni. Noi l’abbiamo imparato e siamo sicuri sia stato lo stesso per voi, perché la vostra partecipazione è stata tanta e ne abbiamo avuto prova ogni giorno.

I primi ringraziamenti vanno proprio a voi, che avete condiviso con il cuore e non solo con i click.
A chi ha assistito allo spettacolo e a chi avrebbe voluto ma non ha avuto modo; a chi si è messo in gioco, ha trovato spunti di riflessione e non si è fermato alla superficie; a chi ha creduto in questo progetto, perché ne ha capito l’importanza. È la vostra fiducia che ha aiutato a realizzare tutto questo.

E GRAZIE allo staff (una sola parola per racchiudere una miriade di persone, professionalità e ruoli) che ha nutrito lo spirito di un progetto rimasto fedele sia nella forma sia nella sostanza, perché l’Arte è tutto – sogno e concretezza, celebrazione e quotidianità, memoria e futuro – ma ha anche bisogno di coloro che sanno mantenerla in vita.

Ph. Claudio Rossetti

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IL TEMPO DI TEREZÍN

L’arte, strumento della memoria.

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Fino al 1965 dipingevo nature morte, animali, interni, esterni, in un modo più o meno astratto, confessa l’artista Giorgio Celiberti, poi la visita a Terezín e lo scontro con una realtà drammatica che cambierà la sua anima e la sua arte!

La visita a Terezín fu il momento più drammatico della mia storia di pittore. Mi sono imbattuto in quei segni dei bambini, sui muri, in quelle tragiche finestre, in quei cuori rossi e bianchi, in quelle cancellature, elenchi, farfalle, piccole foto, colonne di numeri.

Dalla scoperta di quei segni indelebili Celiberti  non riesce a staccarsi e decide di ricordare la sofferenza della storia tramite la sua arte, con una collezione che chiamerà Lager.
Inciderà la materia di graffi e segni a volte appena abbozzati; utilizzando le X con le quali le vittime conteggiavano i giorni di prigionia, le lettere T, Z, N, riferite al luogo e segni elementari che parlano di un’umanità sofferente, ci trasmetterà tutta l’angoscia emersa dalla visione di quei simboli sul cemento.

Le opere di Celiberti divengono testimonianza di uno spirito di speranza e, nello stesso tempo, degli orrori perpetrati contro i più deboli, ci obbligano a riflettere sulle violenze di quello che è accaduto e che mai più deve ripetersi.

Per maggiori informazioni sull’opera di Giorgio Celiberti invitiamo a visitare il sito ufficiale dell’artista all’indirizzo: www.giorgioceliberti.it

Elisa P.

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PER IMMAGINI E PER PAROLE: arte a Terezín

Terezín da silenzioso e clandestino, diventa un vibrante laboratorio d’arte. La produzione, inizialmente osteggiata, in un secondo momento viene incoraggiata dai nazisti nell’ottica della propaganda: si moltiplicano i concerti e la creazione di opere inedite. L’arte, in principio vissuta in luoghi nascosti, trova paradossalmente spazio quando diventa strumento nelle mani del Reich.

Concerto nel dormitorio

La musica aiuta ad evadere, per un momento, dalla dura realtà. Un concerto clandestino può dare la parvenza di una vita normale.

Penna, inchiostro e acquerelli

Penna, inchiostro e acquerelli

L’opera in soffitta

Nonostante le condizioni inumane, a Terezín la vita culturale è ricca.
 Serate letterarie, concerti, recite e conferenze si svolgono nei dormitori, nelle soffitte e nei cortili. La cultura, fonte di speranza, da alla gente la forza di sopravvivere.

Matita

Matita

Le lezioni dei bambini

I bambini sono destinati ai lavori forzati, ma per tenerli lontani vengono organizzate delle piccole classi di disegno e abilità manuali. Prima della costituzione dei cosiddetti “Alloggi per bambini”, i ragazzi dovevano portarsi dietro le loro panche e riunirsi insieme in qualunque angolo per ascoltare.

Penna, inchiostro e acquerelli

Penna, inchiostro e acquerelli

Marzia D.S. e Chiara F.

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ALICE HERZ-SOMMER

Invito alla speranza

Alice Herz-Sommer immagine 18 dic. part1Un’insegnante severa, ma giusta. Un sorriso dolce che le illumina il volto e incoraggia la voglia di continuare a studiare, insistere, sognare. Una donna che nei ricordi di una sua allieva: “se aveva un orologio, era invisibile perché la mia lezione durava il tempo necessario” e sorride dicendo “metto a frutto i miei studi musicali in ogni cosa che faccio nella vita quotidiana”. La Sommer dona, dunque, uno stile di vita. Un inno alla vita. Tutto questo lei ha continuato a regalarlo anche a Gerusalemme, dopo essere sopravvissuta alla Shoah e aver insegnato senza mai fare riferimento agli anni a Terezín. “Non volevo essere compatita da nessuno” ricorda Alice “fin dal primo giorno in Accademia ho taciuto sul mio passato. Non volevo privilegi speciali solo perché ero una rifugiata”. Qualcosa da non dire, ma impossibile da dimenticare per quella donna che molti anni dopo, dividendo un pranzo che non avrebbe soddisfatto nemmeno lo stomaco di un inappetente, esclama “meraviglioso!” alludendo  alla bellezza di una libera condivisione alla quale non ci si abitua facilmente.

Alice Herz-Sommer immagine 18 dic. part2La sua personalità si staglia imponente nei ricordi di un’ altra studentessa che conserva gelosa ogni suo appunto come fosse un manuale contenente il segreto del vivere, di quel vivere che ti fa accettare le sfide. Alice Herz-Sommer non si è mai tirata indietro, nemmeno quando l’artrite l’ ha costretta, in vecchiaia, a reimparare a suonare con solo quattro dita per mano uno dei suoi compositori del cuore: Bach. Paradossale: proprio lui che aveva cominciato a suonare anche con i pollici. Non abbiamo testimonianze degli alunni della classe di musica nel ghetto, ma proviamo ad immaginarla la nostra insegnante. Le lezioni a Terezín, dove tutto sembrava possibile e impossibile, non possono essere dimenticate. Qui aveva dovuto trovare gli strumenti, riscrivere gli spartiti andati perduti e attraverso la musica aiutare a vivere. Qui aveva dovuto ricercare un modo efficace per farsi comprendere da allievi di livelli e paesi diversi che condividevano la prigionia, ma non una lingua comune. Qui è riuscita a vestire di musica e conforto lo squallore del ghetto.

Francesca D.

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IL KAFFEEHAUS

Suoni di vita in un campo di morte

“Si udì una musica. Ma che succedeva? Musica in un campo della morte? Sull’isola della morte suoni di vita?”  Cit. Z. Gradowski, 1943

Spesso si pensa che l’Arte fosse totalmente assente nell’universo nazista. Non vi è convinzione più sbagliata: essa era presente, seppure in circostanze e contesti assai diversi, nei ghetti della Polonia occupata, nelle “città della morte” come Treblinka o Birkenau, e perfino nei campi di concentramento. A Terezín, ad esempio, la musica era l’incessante, e a volte grottesca, colonna sonora della vita quotidiana.

Se in 1984 George Orwell scriveva che “la coesistenza forzata di individui spinge l’essere all’isolamento, a ricercare non la vicinanza ma la lontananza dei suoi simili, impedendo lo scambio reciproco  di prospettive”, allora Terezín rappresenta  un’eccezione.  Non è un caso, dunque, che proprio in questo ghetto l’inizio di un’attività culturale illecita e clandestina fu pressoché immediata. Anche i nazisti, che negli altri lager interferivano nelle attività artistiche temendo che potessero fungere da copertura per iniziative politiche o di resistenza, qui non impedirono lo sviluppo della vita culturale ebraica, e tutte le attività si svolsero tra l’indifferenza e la tolleranza delle SS.

Biglietto d'ingresso per il Kaffeehaus

Biglietto d’ingresso per il Kaffeehaus

Nel dicembre 1942 venne inaugurato, all’interno del campo, un Cafè (Kaffeehaus): un luogo aperto al pubblico dal mattino fino alla sera, nel quale si poteva entrare solo grazie ad un biglietto d’ingresso (acquistabile tramite la moneta di Terezín), e nel quale non si poteva soggiornare per più di 2 ore. Nel locale non veniva servito alcun tipo di caffè ma si poteva sorseggiare una bevanda calda mentre si assisteva a uno dei concerti che si svolgevano quotidianamente grazie agli strumenti recuperati dalle SS nell’immenso bottino dei beni espropriati agli ebrei cecoslovacchi.

L’apertura del Cafè segnò un punto di svolta non solo nella vita degli artisti, che in quel luogo vivevano una libertà illusoria, ma anche nella storia di Terezín. Da quel momento in poi, infatti, le attività musicali cominciarono a svolgersi alla luce del giorno, non più solo tollerate ma addirittura auspicate dallo Judenrät e dal comandante del campo. Grazie al Cafè, perciò, nel 1943 la vita artistica di Terezín raggiunse il suo culmine, e non a caso, in quell’anno, il trombettista Erich Vogel annunciò al Freizeitgestaltung (Comitato per il tempo libero) la sua intenzione di fondare un’orchestra jazz che si sarebbe dedicata principalmente alla riproduzione della musica ebraica, considerata degenerata. L’orchestra (denominata non senza ironia Ghetto Swingers) ed altri gruppi musicali, si esibirono regolarmente, all’interno del ghetto, per quasi due anni.

Fulcro della cultura, il Kaffeehaus, perciò, rappresentò il perno attorno al quale girava l’attività musicale di Terezín per un anno intero: il luogo dove gli artisti si incontravano e collaboravano per trovare una maniera e uno spazio per esprimersi, per estraniarsi dalla vita quotidiana ma anche per creare una sorta di “resistenza spirituale”.

Ludovica V.

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ALICE HERZ-SOMMER

La musica è  sogno anche dentro un ghetto

 

Alice Herz-Sommer (Praga 1903-Londra 2014) con suo figlio

Alice Herz-Sommer (Praga 1903-Londra 2014) con suo figlio

“ Sono ebrea, ma Beethoven è la mia religione. ”

 Con queste parole appassionate vogliamo ricordare la “signora al numero 6”, la più anziana sopravvissuta alla Shoah. Suona curioso che il credo musicale di un’ ebrea deportata fosse un compositore tedesco. Alice Herz-Sommer muore all’età di 110 anni senza riuscire a ritirare l’Oscar per  The Lady in Number 6: Music Saved My Life, ma continua a vivere nel film entusiasmando lo spettatore. Alice racconta con la sua straordinaria energia e tenacia, quanto siano importanti la musica e il saper ridere per vivere bene. Ebrea ceca naturalizzata britannica e pianista di talento, dopo l’invasione nazista nel 1939 le viene vietato di suonare in pubblico, ma continua ad esercitarsi in casa fino al luglio 1943. Catturata dai nazisti insieme al figlio e al marito, viene deportata a Terezín,dove riesce a sopportare gli anni di prigionia grazie all’amore per la musica e per il figlio.

La sublime sapienza con  cui si muove sicura fra le ottave conquista anche le SS. Si esibisce in baracche ogni giorno, a volte accompagnata da  un’orchestra, perché “ attraverso la musica venivamo mantenuti in vita. Questi concerti, le persone sedute, la gente anziana desolata e malata che veniva al concerto […] questa musica per loro era come il cibo, la musica era il nostro cibo ”. Dunque, suonare per vivere: niente di più vero per lei che avrà salva la vita e quella di suo figlio per questo. Suonare per sopravvivere con meno dolore. Suonare per le SS per un piatto di zuppa in più, o per avere la possibilità di dormire in solai meno duri e freddi. Suonare per evadere. Suonare per impedire ai suoi piccoli allievi di diventare Angeli della morte. Suonare, infine, per ricordarsi di amare. Fuori dal ghetto Alice ha continuato a suonare ogni giorno il suo attaccamento alla vita.

Francesca D. e Rosaria R. 

 

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I DISEGNI DI FRITTA

Impressionismo in nero, giallo e un po’ di rosa

Men's Sleeping Quarters in the Sudeten Barracks, 1943

B. Fritta “Men’s Sleeping Quarters in the Sudeten Barracks”1943

Nero, giallo e a volte un po’ di rosa, erano i colori utilizzati da Fritta, all’interno di Terezìn, non per scelta stilistica ma per necessità dettate dalle privazioni del ghetto. L’artista, nonostante avesse a disposizione qualche foglio e poco inchiostro, è riuscito a dare vita a una serie di opere sfuggite alla censura nazista e arrivate intatte fino ai giorni nostri. Bedřich Fritta, ebreo ceco, era uno dei tanti artisti deportati, diventato protagonista della vita culturale del ghetto. Di sera e di nascosto venivano disegnati e dipinti numerosi quadri che descrivevano in dettaglio lo spaccato della vita quotidiana del ghetto, alloggi sovraffollati, carri funebri, morte, fame, deportazione ma anche momenti di distrazione, di convivialità, di vita.  Le linee esagerate delle sue opere ricordano il linguaggio degli impressionisti assumendo elementi di caricatura.  Le sue opere così come tutta l’arte creata a Terezin erano una forma di resistenza, di lotta, di speranza.

Varieté, 1943-44

B. Fritta “Varieté” 1943-44

È arrivato a noi il libro che Fritta ha creato per il figlio Tomáš, conosciuto come Tommy, in occasione del suo terzo compleanno, il 22 gennaio 1944, in cui ritrae la vita quotidiana del figlio a Terezin. Il libro è stato nascosto nel ghetto e recuperato, insieme ad altri disegni che sono stati attribuiti a lui, soltanto dopo la liberazione. Leo Haas partito con Tommy e Fritta da Terezìn è sopravvissuto ad Auschwitz e ha adottato il piccolo Fritta. Ricordando il padre ha detto: “L’unica cosa che mi rimane, che mi appartiene, che è stata fatta solo per me, è il mio libro, un libro regalato da mio padre. In questo libro sento lui,  sento le sue lacrime, la sua speranza, la sua paura.”

To Tommy, for His Third Birthday in Terezin, 22 January 1944

B. Fritta “To Tommy, for His Third Birthday in Terezin, 22 Jan 1944”

 Carolina L.

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Bando di concorso TerezÍn 90″

La locandina del concorso Terezín 90''

La locandina del concorso Terezín 90”

Nell’’ambito del progetto regionale LazioInScena cofinanziato dalla Regione Lazio, viene promosso il concorso artistico TerezÍn 90″ inserito nel progetto “Terezín, Artisti tra le ceneri” che culminerà nella messa in scena dello spettacolo dal titolo omonimo presso il Teatro Vittoria, il 26 e 27 gennaio 2015.

Il concorso si rivolge a studenti universitari, di corsi di formazione e/o laboratori a indirizzo artistico, accademie e istituti d’arte nell’a.a. 2014/2015.  Il tema su cui dovranno lavorare gli studenti è il rapporto tra Arte e Prigionia.
Dovranno creare un filmato della durata massima di 90 secondi  che esprima la propria idea rispetto al tema proposto, riversato su Dvd senza vincoli di formato ed essere accompagnato dalla documentazione indicata nel paragrafo “Documentazioni richieste” presente nel bando sottostante.
In tale occasione i cinque lavori più meritevoli saranno premiati con la proiezione del loro corto prevista in chiusura spettacolo.

La storia del lager ceco dimostra il valore insopprimibile dell’arte come strumento di liberazione dalla prigionia, materiale e spirituale, che coinvolge uomini e donne di ogni epoca e anche del nostro tempo.

Bando_Terezín 90”

Domanda di partecipazione_All. 1

Autocertificazione_All. 2

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