UN REQUIEM A TEREZĺN

“Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus.
Huic ergo parce, Deus.
Pie Jesu Domine, 
dona eis requiem!

Amen!”

L’urlo dei condannati

Il periodo compreso tra il 1943 e il 1944 è cruciale per la produzione artistica nel ghetto di Terezin: parallelamente alla composizione dell’opera Der Kaiser von Atlantis, infatti, il direttore d’orchestra Rafael Schächter (detto Rafik) intraprende lo studio della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi. La scelta, contestata e criticata da molti all’interno del campo, appare senza dubbio insolita poiché il Requiem costituisce, di fatto, una preghiera per onorare i defunti appartenente, però, al rito cattolico.

Schächter, che fino a quel momento aveva curato a Terezin solo l’esecuzione di concerti, coglie tra le pagine verdiane la possibilità di mettere in scena un oratorio monumentale dalla fortissima potenza evocativa. Riunisce dunque quattro solisti e centocinquanta coristi, accompagnati al pianoforte da Gideon Klein in mancanza dell’orchestra. La diffidenza da parte dei suoi collaboratori è evidente ma le motivazioni che spingono Schächter ad andare avanti sono altrettanto forti. Nella sua interpretazione, infatti, il significato dell’opera verdiana viene capovolto e gli ebrei, attraverso le note violente del Dies Irae, non intonano un’autocelebrazione del loro crudele destino (come credevano i tedeschi) ma un urlo di vendetta contro i loro carnefici che, per ben due volte, avevano decimato il coro portandolo alla morte, ad Auschwitz.

Impossibile lavorare in tali condizioni, obbligati a respirare quest’aria impregnata di morte e di silenzi ingombranti lasciati dai coristi che non ci sono più. Neanche la Croce Rossa, testimone di una delle quindici esibizioni del 1944, riesce a cogliere il messaggio di resistenza degli artisti di Terezin: “Canteremo ai Nazisti ciò che non possiamo dirgli”.

Locandina del Requiem eseguito nel 1944

Locandina del Requiem eseguito nel 1944

Francesca C.

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4 risposte a “UN REQUIEM A TEREZĺN

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