Archivi del mese: novembre 2014

VIKTOR ULLMANN

L’artista-titano contro l’Anticristo nazista

“Devo sottolineare che Theresienstadt è servita a stimolare, non ad impedire, le mie attività musicali.”

La reclusione a Terezin non bastò a fermare l’estro creativo di Viktor Ullmann: il musicista ceco, quasi come un alchimista, riuscì a sublimare l’orrore della morte imminente e a trarne linfa creativa. Seppe trovare Bellezza nei luoghi che più sembravano esserne privi, rese l’Arte la più autentica forma di resistenza.

Ebreo di famiglia, il piccolo Ullmann è allievo dell’illustre compositore Arnold Schönberg; presto i suoi genitori si convertono al cattolicesimo per permettere al padre di entrare nell’esercito austriaco. Fortemente influenzato dalla cultura tedesca e cristiana, Viktor Ullmann cresce e vive tra Praga, Vienna, Stoccarda e Zurigo. Nel bel mezzo di una crisi spirituale e creativa si avvicina alla Società Antroposofica di Rudolf Steiner. Appassionato a questo percorso spirituale e filosofico, non lo abbandonerà col passare degli anni.
Ispirandosi a Der Sturz des Antichrist (La caduta dell’Anticristo) dell’autore Albert Steffen, l’artista scrive l’omonima opera musicale, ideata dopo l’ascesa del nazionalsocialismo, che rappresenta la lotta del Bene contro il Male e raffigura un artista titano, unica figura in grado di combattere il Male e l’Anticristo. È quasi prefigurazione della resistenza artistica a Terezin e di ciò che Ullmann stesso si ritroverà ad operare nel campo di concentramento, dove sarà ostinato operatore di cultura di fronte alla repressione dilagante. L’opera non fu mai rappresentata perché implicitamente sovversiva.

Dal 1942 si apre una delle pagine più buie ma paradossalmente più produttive della vita dell’artista: è il periodo della deportazione a Terezin. Ullmann è docente e critico musicale, organizza concerti e rappresentazioni teatrali, raggiungendo picchi di fecondità artistica senza precedenti, ma soprattutto compone le sue opere più famose: l’opera in atto unico Der Kaiser Von Atlantis del 1943 e Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke (Il canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke), tratto dall’omonimo poema di Rilke. È con il lavoro a Der Kaiser Von Atlantis che Ullmann inizia una fruttuosa collaborazione con Peter Kien che sarà librettista dell’opera.

All’apice della sua carriera, in corsa da un concerto all’altro, il vorticoso Ullmann non immaginava che la sua fantasiosa genialità sarebbe stata stroncata di colpo. Ignorava che con l’estroso compagno Peter Kien avrebbe condiviso anche l’odore fatale delle camere a gas e il silenzio della morte.

Era il 16 ottobre 1944 quando per Viktor Ullmann sopraggiunse il trasferimento ad Auschwitz che avrebbe segnato la sua fine.

Leyla K.Chiara C.

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HITLER DONA UNA CITTÀ AGLI EBREI

Il film nazista diretto da un ebreo

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Scena tratta dal film “Hitler dona una città agli ebrei”

 

“Le riprese erano un grosso assurdo teatro, in cui ognuno era guidato da un unico sentimento: la paura. Non c’era altro linguaggio a Terezín se non la paura. E questa paura dominava anche Gerron”. (Cit. Ivan Fric, cameraman del film)

 

La domanda nasce spontanea: perché mai un famoso regista ebreo avrebbe dovuto dirigere un film di propaganda nazista? Per non finire su un convoglio diretto ad Auschwitz.

Questo è il ricatto che convince Kurt Gerron a piegarsi ai desideri dei suoi carcerieri e ad accettare l’incarico di regista della pellicola Der Führer schenkt den Juden eine Stadt, meglio conosciuta come Hitler dona una città agli ebrei (qui un estratto del film). In cambio dell’implicita promessa di aver salva la vita, assieme a quella di tutti gli attori, nell’agosto del 1944 Gerron inizia le riprese di un film che altro non è che un’opera di contraffazione della realtà. Si tratta di una pellicola che vuole riproporre, attraverso la macchina da presa, la pantomima messa in scena, due mesi prima, davanti all’ispettore della Croce Rossa Maurice Rossel. Mentendo a se stesso e a tutti gli ebrei, infatti, Gerron accetta il compito di ripresentare Terezín come una sorta di mondo ideale: un ghetto modello in cui vige un’atmosfera ludica e allegra, in cui le attività culturali sono sostenute e in cui ogni recluso diventa attore. Per l’occasione tutto il ghetto viene trasformato in un gigantesco set cinematografico, dove gli artisti e i tecnici vivono in un clima quotidiano di terrore, schiacciati dal perfezionismo quasi maniacale del regista e dal controllo incessante e pervasivo dei nazisti.

Il film viene concluso nel dicembre 1944 e montato a Praga all’inizio del 1945. Tuttavia, la sua funzione propagandistica viene resa vana dall’evolversi degli eventi di guerra: l’Armata Rossa, infatti, sta liberando i campi di sterminio, rivelando al mondo intero l’orrore della Soluzione finale.

Gerron, comunque, non vedrà mai la sua opera finita: sia lui che tutti gli attori, ingannati dai nazisti, verranno infatti mandati ad Auschwitz poco prima della fine delle riprese, e uccisi in una camera a gas il 17 ottobre 1944.

Ludovica V.

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TEREZÍN: 1941-1945

Nel 1941 Terezín fu scelta da Heydrich per essere quello che Eichmann chiamava “ghetto modello”, inizialmente pensato come campo di transito per gli ebrei del Protettorato di Boemia e Moravia. Svuotata dei suoi abitanti autoctoni, dal novembre 1941 la fortezza venne modificata per ricevere un gran numero di deportati. Il governo nazista presentò la città come un luogo ameno e accogliente, una stazione termale, in cui vivere serenamente al riparo dai tormenti della Seconda Guerra Mondiale. Fu un successo.

Gli ebrei accolsero senza sospetti l’iniziativa e ambirono ad accaparrarsi i migliori appartamenti della città, pagando ingenti somme di denaro. Ad avallare questa illusione vi fu il fatto che a Terezín si giungeva in normali carrozze del treno. Già arrivando alla stazione il miraggio svaniva: privati dei loro bagagli, gli ignari viaggiatori, tra le urla delle SS, venivano condotti ai lori alloggi, dormitori in opprimenti tuguri. Alcuni di loro ebbero la funesta occasione di visitare anche la parte più nascosta del ghetto: la piccola fortezza, luogo di tortura dal quale non c’era modo di tornare. Ma Terezín continuava a essere considerato un ambiente “speciale” e diventò meta di deportazione degli ebrei “eccellenti”, costretti a stazionare qui, nell’anticamera dei campi di sterminio. Questa “accortezza” era usata per i cosiddetti ebrei Prominenten , personaggi talmente di spicco nel panorama socio-culturale dell’epoca (tra cui artisti), la cui immediata scomparsa avrebbe sicuramente catturato l’attenzione.

Dall’incontro di tanti artisti nacque quindi un’intensissima attività culturale: concerti di musica classica e di musica jazz, opere, spettacoli teatrali e di cabaret, conferenze e mostre. Inizialmente clandestina, dal 1942 questa attività venne regolata dal Freizeitgestaltung (Comitato per il Tempo Libero). Fra il 1942 e il 1943, con la minaccia di una sconfitta per i nazisti, il ritmo delle deportazioni si fece sempre più incalzante. Nel corso del 1945 vi furono vari tentativi di ribellione e alcuni deportati vennero riscattati dietro pagamento di 5 milioni di franchi svizzeri. Il ghetto venne definitivamente liberato il 7 maggio 1945.

Molti prigionieri morirono di malattie e di stenti, nei campi di lavoro o nelle marce della morte di Eichmann, ma la maggior parte di essi trovò la morte nelle camere a gas di Auschwitz. Dei 144.088 deportati a Terezín, ne sopravvissero solo 17.247.

Foto d'epoca

Foto d’epoca – Arrivo a Terezín

 Federica C. e Marzia D.S.

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